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Continuano le rivelazioni di Giovanni Brusca al processo in corso a Firenze

"Un patto tra Stato e mafia"

Uno zaino con l'esplosivo contro la Torre di Pisa

Servizio di Cristina Orsini

FIRENZE - "In quel momento abbiamo capito che lo Stato poteva scendere a patti con Cosa nostra. Che era debole, che accettavano uno scambio". E' l'affermazione più pesante che ieri, Giovanni Brusca, ha fatto a Firenze durante la ricostruzione del periodo più oscuro della storia di mafia: dagli ultimi mesi del 1992 ai primi del 1993 dopo i massacri siciliani, ghi omicidi eccelenti prima delle stragi in continente (maggio 1993), quando Cosa nostra pensava di far saltare anche la Torre di Pisa.
Un attentato "esemplare", da portare a termine - ha detto Brusca - davanti agli occhi del mondo, ma senza uccidere: "Volevamo chiamare giornalisti e forze dell'ordine perchè allontanassero la gente dalla piazza e poi noi avremmo fatto saltare la bomba con un telecomando". L'attentato era praticamente deciso: 10-15 chili di esplosivo dentro uno zainetto lasciati in cima alI'emblema di Pisa. E mentre il suo avvocato Luigi Ligotti chiede che a Brusca "dopo venti mesi di dichiarazioni venga dato il patentino di pentito", il "dichiarante" svela che in quel periodo pezzi dello Stato stavano scendendo a patti con Cosa nostra e su più livelli. Un delegato a Riina che a Brusca avrebbe rivelato: "Si fanno sotto (dopo la morte di Falcone e Borsellino). Hanno addirittura mosso i servizi segreti per catturarmi. Ma non c'è pericolo perchè gli ho fatto l'elenco dei patti da stringere". Un altro delegato ai boss: Brusca e Gioè attraverso uno strano individuo, Paolo Bellini, ex estremista nero, che nel periodo dell'attentato di via D'Amelio e per i mesi successivi - spiega Brusca - "diceva a noi di fare questo per ottenere quello dallo Stato".
E tra tutti gli spunti di riflessioni, le considerazioni possibili, uno spicca: pezzi dello Stato erano a conoscenza della strategia di Cosa nostra otto mesi prima che Firenze, Roma e Milano fossero devastate dal tritolo mafioso. Ma nessun magistrato, mai, venne messo almeno in allarme. Ed è un fatto, perchè le date non mentono. Paolo Bellini - racconta Brusca - aveva il contatto con Antonino Gioè (il boss morto suicida in carcere il 29 luglio del 1993, 48 ore dopo le bombe a Milano e Roma).
Ed è lui a proporre a uomini di Cosa nostra di avviare uno scambio attraverso il recupero di opere d'arte. "Perchè - racconta Brusca - dietro quel tipo di recupero ci diceva Bellini, cfera sempre uno scambio". A Bellini gli uomini di Cosa nostra consegnano una lista di cinque superboss da mandare agli arresti domiciliari. Bellini comunica loro che cinque sono improponibili ma la proposta è stata accettata per due: Giuseppe Giacomo Gambino e Bernardo Brusca. "Lì capimmo che lo Stato era debole e che poteva scendere a patti" commenta Brusca. Dalle agende del colonnello Mario Mori, comandante dei Ros, risulta che la "notizia" della trattativa avviata da Bellini era a sua conoscenza almeno da agosto, dopo le ferie. L'ha riferita a qualcuno? In udienza Mori a detto di no. Bellini e Gioè parlano anche degli attentati ai monumenti: "Sapevo che dietro la scelta degli obiettivi c'era Bellini - ha detto ieri Brusca. Lui ci indicò la Toscana come regione di grande interesse, per la quale Spadolini ma anche Sgarbi avrebbero fatto la guerra se fossero stati toccati i monumenti. Sempre lui indicò a Gioè la Torre di Pisa". Anche di questo "obiettivo" lo Stato era a conoscenza? Un altro fatto. Il giorno sucessivo alla strage degli Uffizi, piazza dei Miracoli venne recintata. Mancino disse: "Dietro la strage di Firenze mafia ma non solo". E Brusca ieri lo ha conferrnato. "La Torre era un simbolo. Se fosse saltata per aria che brutta figura avrebbe fatto lo Stato".

 

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